Fai silenzio e stendili tutti

Qui la prima parte.

“Tre guardie stese e nessun allarme scattato. Non male, pivello, cosa dici?”
“Stai concentrata e dimmi cosa vedi.”
“Il corridoio è un museo del pacchiano, ci sono quadri brutti e dall’aria costosa e sto prendendo in mano un soprammobile che dovrebbe ritrarre una ballerina, credo.”
“Vedi la porta della stanza da letto?”
“Il problema è il materiale, temo. È un vetro trasparente decorato a spirali di colori sgargianti, giallo, viola, marrone vomito.”
“Latlana, la porta.”
“C’è da dire che è leggero, deve essere una di quelle resine ipertecnologiche. Questa mi sa che me la tengo.”
“Latlana!”
“Calmati i tendini, rigidume. Sto entrando, passo al subvocale”

Ad Arturo arrivano in cuffia fruscii e suoni ovattati, lo scorrere dei vestiti sulla pelle di Latlana, il meccanismo a molla della maniglia che viene azionato, i singoli battiti del cuore della donna. Sarà una cosa lunga, è il momento più delicato. Arturo sta seduto in auto nel parcheggio sotterraneo del palazzo dell’Oracolo Azzurro, e Latlana sta entrando nella camera da letto del suddetto oracolo. Arturo si rilassa e abbassa lo schienale di qualche centimetro. Non c’è nessun piano B, lo sanno entrambi. Se succede qualcosa, Latlana è catturata. Forse morta, più probabilmente consegnata ai circensi. E probabilmente pure lui. Estrae da una tasca una penna a scatto e comincia a premere il bottone a coppie di impulsi: cla-clack. La punta della penna si mostra e subito scompare. Forse hanno fatto una cazzata: cla-clack. O forse la cazzata l’hanno fatta tempo fa, ad iniziare il tutto: cla-clack. Messo all’angolo, anche un coniglio prova ad attaccare: cla-clack.

“Che delusione”
“L’hai trovato?”
La voce di Latlana arriva deformata dalla trasmissione subvocale, lei non sta davvero parlando, muove appena le labbra, ma il microfono amplifica, il ricetrasmettitore interpola e il cervello di Arturo unisce i puntini.
“Che delusione. L’Oracolo Azzurro, maestro della pianificazione e degli inganni, ricco, straricco, tra i pochissimi a poter stabilire un suo regno indipendente in faccia ai circensi, ed è tutto qui.”
“Cosa vedi?”
“Vedo un uomo sulla cinquantina, stempiato, con dei baffetti a scopettino. Peraltro russa come un trattore, spetta che passo al vocale e ti faccio sentire.”
“Aspe-”
Un boato, centuplicato dalla circuiteria della ricetrasmittente, si infila nelle orecchie di Arturo come un torrente che travolge un villaggio di suonatori di tamburo.
“Piaciuto?”
“Vaffanculo.”
“Siamo compagni, sfigolante, dobbiamo ridere.”
“Passa al subvocale del cazzo.”
“Con questa segheria? Potrei mettermi a urlare e non farebbe differenza.”
“Latlana.”
“Dimmi.”
“Ci siamo.”
“Lo so, caro, non vedo l’ora. Dunque, ripassiamo. Io adesso gli devo menare.”
“Sì.”
“E lo devo stuprare.”
“Non deve essere un coito nel senso classico del termine, credo.”
“Quindi? Che devo fargli?”
“Noi ne, ne abbiamo parlato prima.”
“No, tu adesso mi dai i dettagli.”
“Beh, ecco, proprio i dettagli non li ho sottomano, pensavo che con la tua capacità di empatizzare saresti stata in grado, cioè, se non te la senti, ecco possiamo-”
“Tranquillo, coglionabile. Tolgo la trasmittente, che devo spogliarmi. Ti metto in vivavoce.”
“Aspetta!”
“Dai, rapido, prima che si svegli davvero, che magari ha una pistola o qualcosa da qualche parte.”
“Niente. Sta attenta.”
“Ho anch’io una raccomandazione. Mentre sei lì, al sicuro nel parcheggio, e io sono qui a stuprare un tizio per farci dare delle informazioni che non sei stato in grado di recuperare, e tu mi ascolti operare e usare la mia passera come un supermarket.”
“Sì?”
“Non farti troppe seghe.”

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