Controprova

Arturo era nervoso: panche scomode, poca aria, e l’odore d’olio motore che si faceva strada verso il suo cervello. Si alzò di scatto e andò verso la porta, aprendola e chiudendola più volte per far circolare l’aria. Si sentì ridicolo nel farlo, comprendendo l’inutilità del gesto. E come d’improvviso realizzò che in altre circostanze il suo gesto poteva essere considerato offensivo.

Si sentì gli occhi addosso, e sperò di non incrociare lo sguardo del coso. Ma il coso era, ovviamente, irraggiungibile, ad anni luce di distanza, seduto quietamente nel suo nirvana di silicio. Il coso non si poteva offendere, ovviamente, e se ne stava immobile, tutto cromature e lucette.

Erano gli altri occupanti della sala a guardarlo. Il tizio serio non aveva emesso ancora un suono da quando era entrato in sala, stava seduto immobile quasi quanto il coso. Il grosso invece gli sorrise bonario: “Nervoso, eh?” Arturo realizzò in quell’istante quanto aveva bisogno di un contatto biologico, quasi saltò, quasi si gettò contro il grosso: voleva abbracciarlo ma riuscì a scartare con mossa da ballerino, all’ultimo istante, e crollò a sedergli a fianco. Sospirò, anche, per prender tempo e sottolineare – con una punta d’orgoglio – il possesso di un apparato respiratorio funzionante. Il coso non ne parve però avvilito.

Decisamente nervoso.” Il grosso stava per riassumere la posizione dell’attenditore ottuso, sguardo fisso di tre quarti e mani allacciate sul ventre, ma Arturo aveva bisogno di mantenere il contatto. “Ma non doveva essere una selezione riservata, questa?” E fece un cenno verso il coso, plateale, tanto per far filtrare il suo disprezzo. “Eeeeeh.” Il grosso, in effetti, non si stava rivelando un abile conversatore. Guardò il tizio serio per un istante, speranzoso, ma questi aveva assunto la posizione dell’attenditore glaciale, schiena eretta, sguardo parallelo al terreno, mani sulle ginocchia. Tornò a concentrarsi sul grosso, e si concesse un momento per studiarlo: braccia e gambe esplodevano dal torace, come dei mari, come dei fiumi, e non si preoccupavano di lesinare sul volume. Le mani erano una sorta di carta intestata, unghie corte, dita larghe, tagli di chi lavora col ferro tutto il giorno, tutti i giorni. Sottili linee nere incrostate nelle pieghe della pelle, che si vede che uno ci prova, frega, frega, ma alla fine non sei mai pulito del tutto.

“Io mi chiamo Arturo” e tese la mano. “Muzio”, e gliela strinse. A quel punto non c’era davvero più niente da dire.

Arrivò il suo turno, entrò nell’ufficio.

“Ho visto il suo curriculum”. Disse solo questo e, presa una penna, cominciò a compilare moduli, ignorandolo.

Cosa devo fare? Fa già parte del test? È un trucco? È solo un deficiente questo qui?

“E…?”

E cosa?”

“Ha visto il mio curriculum e…?”

“E niente. Non decido io.”

“Ah.”

Ah.

E allora tu chi cazzo sei?

“Mi scusi, pensavo fosse l’addetto alle assunzioni.”

“Lo sono, lo sono.” Si concesse anche un sorriso. Quanta umanità. “Il fatto è che, vede, per quanto riguarda le sue specifiche skill.” Cristo, ha davvero detto skill. “Il mio compito è di ridurle ad una forma schematica in modo che siano inseribili nel nostro dibi.”

Ehm.

“Ehm.”

“Ad esempio, vede qui? Qui ha scritto che lei conosce lo spagnolo a livello elementare. E nella sua scheda, alla voce spagnolo, le ho dato due.”

“Due?”

“Due.”

Ah.

“Non è male due, vero? Sono di manica larga, lo so, però in qualche modo i miei giudizi sono omogenei. È questo che conta, sa? L’omogeneità. La regolarità. Sa qual è il mio motto? Dica un po’, lo sa?”

E come cazzo faccio a saperlo? Dica un po’, come cazzo?

“No, mi dica.”

“Una polarizzazione non influisce sulla varianza.”

Ed attese con un mezzo sorriso, aspettando forse un applauso del pubblico pagante.

“Ehm, sì, ottimo, molto profondo in effetti. Ma, ascolti, io adesso cosa devo fare?”

“Lei adesso deve fare il test.”

“Un test attitudinale immagino.”

“In un certo senso. Deve fare il test di Turing.”

Oh, Cristo. Allora è vero.

“Mi scusi, non per fare polemica, ma non è illegale?”

“Cosa?”

Non fare l’elusivo, stronzo.

“È illegale assumere una macchina al posto di un uomo, la legge parla chiaro.”

Almeno credo.

“Ah, sì. Ma la materia è complicata, vede, e si creano spesso situazioni, come dire, peculiari.”

Lo disse con una vocetta appena più alta del giusto per non tradire… cosa? Rimorso? Fierezza? Il ghigno del malvagio? Voglia di farsi spaccare la faccia?

“In particolare, può capitare – e capita, capita molto spesso in questo periodo – che nessuno dei candidati sia idoneo, nessuno si riveli compatibile con le skill richieste dalla posizione lavorativa vacante.” Il tizio sbatté le palpebre come farebbe un pesce, come farebbe un fossile. “Se non ci sono assunzioni non abbiamo, tecnicamente, assunto nessuno al posto di nessuno. Ma questo non è un problema: i vostri dati, le vostre competenze, finisce tutto qui dentro” fece pat-pat al monitor come sulla testa di un labrador “e semmai nel futuro ci saranno nuove necessità di assunzioni, o dovessero essere ritoccate le skill richieste dalla posizione, potremo direttamente chiamare noi, senza stare a scomodarvi per un altro giro di colloqui.”

“E chiamare le macchine.”

“Il risultato del test di Turing è solo uno degli input dell’algoritmo. Siamo molto scrupolosi in questo.”

Siete anche molto stronzi. Bastardi, non mi chiamerete mai. Mi sembrava che i requisiti dell’annuncio fossero troppo, troppo alti. Adesso si capisce, chiamerete uno di quei cosi di metallo e risparmierete su previdenza sociale, orari di lavoro, sindacati, pause caffè, lavacessi, tasse sul-

“Se ora volesse seguirmi, possiamo andare nell’altra stanza. Il test avverrà in una sala apposita.”

E d’improvviso si rese conto dell’ironia. Era particolarmente ridicola, come idea. Il test di Turing, ideato per valutare se una macchina, un’intelligenza artificiale, fosse abbastanza buona, abbastanza avanzata da ingannare un interlocutore. Per fingersi umano. Lui, umano, l’avrebbe di sicuro passato, la sua umanità, palese, l’avrebbe tradito.

“Mi scusi, un’ultima domanda. È lei a valutare l’esito del test?”

“No, ovviamente. Di qui prego.”

“Chi lo valuterà avrà anche il mio nome?”

“Certo che no. Per essere valido il test deve essere condotto in doppio cieco: il suo interlocutore valuterà solo i tabulati delle vostre conversazioni.”

Arturo si bagnò le labbra. Forse. È difficile. Se lo aspetteranno. Ma forse, forse si potrebbe fare. Forse potrei riuscire a fingermi un coso. Non superare, apposta, il test di Turing. Basterebbe dare le risposte poco empatiche, non capire l’ironia, il sottinteso. I cosi sono ancora deboli, sul sottinteso.

L’addetto aprì una porta, ad attenderlo c’erano una piccola stanza, un tavolo, uno schermo e una tastiera.

“Quando è pronto prema invio per iniziare il test.” E se ne andò.

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