Lettere da Malu Malu #3: il più crudele degli sbarchi

GIORNO 1

Luminosissimo maestro,

è successo un fatto terribile. Ricorderete il tono gioioso con cui vi ho descritto l’arrivo, la vista dell’isola, le scogliere. Il tramonto aveva infiammato il paesaggio, e i raggi del sole avevano acuito gli incredibili colori di Malu Malu, le sue rocce porpora, la vegetazione smeraldina. L’umore sulla caravella era molto alto, tutti si preparavano ai passi successivi: cercare un luogo adatto all’attracco, mettere finalmente piede sulla terra ferma, mangiare qualcosa che non fosse pescato dal mare o dal barile della salamoia. È con questo spirito gioioso che la ciurma ha accolto la notte. Il clima qui è ormai molto mite, e si può dormire in coperta, sotto le stelle. Il capitano Tirso ci aveva condotti in una fonda dove abbiamo potuto gettare l’ancora, e dove abbiamo consumato un pasto rapido – l’ultimo, speravamo, a base di razioni e cibo secco – e finalmente tutto si è fatto quieto. Dopo aver considerato la questione per qualche minuto, ho deciso comunque di dormire in stanza: per quanto i marinai mi abbiano sempre trattato bene – o almeno con indifferenza – la mia estrazione è diversa dalla loro. Non mi fido, ecco. Dopo questa notte mi fiderò ancora meno, ma per tutt’altro motivo.

Il sole era tramontato da alcune ore ed io ero nella mia cuccetta. Avevo completato gli esercizi serali – con una qualche fatica, vista l’agitazione che albergava nel mio cuore – e mi ero adagiato per dormire. Fui svegliato, non da un grido, ma dal ronzare del parapneuma. Dentro l’astuccio la pietra ruotava veloce, troppo veloce per essere un falso allarme. Uno spirito vicino, o almeno in avvicinamento, aveva svegliato lo strumento. Mi sono precipitato fuori dalla mia cuccetta, al buio, con l’intenzione di svegliare Maestro Filippo, ma poi il ricordo del suo tono iroso di poche ore prima mi ha bloccato. Non me la sono sentita di affrontare ulteriormente le sue rimostranze, e ho pensato che, di qualunque cosa si trattasse, potevo affrontarla da solo. Lo so, è stato un errore, ora lo vedo chiaro come il giorno. Vedrete tra un istante che questo racconto è costellato di errori.

Salgo quindi in qualche modo in coperta. Va detto che al mio ponte non vi era nessun segno di allarme: ho camminato per gli stretti corridoi della nave, schivando al buio i marinai che, a macchie, costeggiavano il pavimento. Da giorni ormai i ponti inferiori sono diventati quasi invivibili, sporchi e maleodoranti del sudiciume animale che si accumula sempre nei viaggi lunghi. I marinai quando possono dormono altrove: negli angoli, sulle panchette, in ogni spazio che possa garantire qualche ora di quiete. Raggiunto finalmente il ponte principale, sono accolto da una morsa allo stomaco. Qualcosa non va. Dovete immaginare la scena in tutta la sua oscurità notturna. Alcune nuvole passeggere coprivano la luna, e ho dovuto avanzare a tentoni, immaginando la superficie del ponte costellata dei corpi dei marinai addormentati. Mi son serviti dieci passi buoni per capire che sbagliavo: nessuno dei marinai era disteso, stravaccato come solo gli uomini di mare sanno fare, su gomene e parapetti. Il campo era libero. Stavo per dare l’allarme, suonare la campana, tornare in coperta a prendere almeno una lanterna, quando un richiamo bisbigliato mi ha fermato. “Oi, Limo, shhhh!” e poi “Qui, venite qui!” E non era una voce tenebrosa, o arrabbiata, o spaventata. Sembrava stesse trattenendo una risata, come un bambino che gongola mostrando la sua ultima burla.

E ne ho trovati, di bambini. Bambinoni. La nuvola passeggera ci ha concesso uno scampolo di luna, e sotto la luce argentea ho potuto vedere: il ponte della nave, sgombro, e una dozzina di marinai addossati ai parapetti, a babordo, verso l’isola. E non era una combriccola quieta: la luce della luna li aveva sovreccitati e ora si davano di gomito, udivo risate soffocate, qualcuno indicava qualcosa giù, in mare,  mentre tutti faticavano a fare silenzio. Mi sono avvicinato al gruppo, la loro eccitazione mi risultava contagiosa – forse che l’isola stesse già regalando dei portenti?

All’inizio non ho visto niente, ma quando i miei occhi hanno imparato cosa cercare lo spettacolo è stato straordinario: c’erano corpi, corpi flessibili di donne e uomini che nuotavano, nudi, nell’acqua d’argento. Si muovevano veloci – molto, troppo veloci, spuntavano e si immergevano, giocavano nell’acqua e ridevano, incantandoci. Vedevo brandelli di pelle, seni nudi, gambe, piedi, volti, mani. Donne delicatissime, longilinee, ma anche uomini stranamente femminei, stranamente allungati.
“Nativi” mi sussurra all’orecchio lo stesso marinaio di prima, quello che mi aveva invitato ad unirmi al gruppo. Mercionnio, mi pare si chiami. Un’anima disgraziata, scarso di intelletto ma dal cuore sincero. Nella penombra lunare mi pare mi abbia strizzato l’occhio, con complicità. Potete immaginare, maestro, l’effetto di queste visioni sul sangue già sovreccitato dei marinai, tutti reduci da mesi di navigazione e fatica, di castità forzata e penitenza dei sensi.

Nativi nuotano al largo di Malu Malu
Nativi – Illustrazione di G Caruso.

Ma io, io no. Io non avevo scuse. Scrivo con vergogna, ma sento di aver violato tutti i precetti dell’Arte. Ho violato la Fermezza, perché questa notte, al primo incontro con l’isola, al pari dell’ultimo dei mozzi, ho ceduto al sangue che mi ribolliva, sono caduto preda dei più bassi istinti. Io, come tutti i marinai, mi sono lasciato trasportare, vittima della seduzione dei nativi. Ho violato la Lucidità, perché nel turbine dell’eccitazione non ho compreso cosa stava succedendo. Non ho visto gli spiriti all’opera, il loro influsso chiaro come un’alba d’inverno. E ho violato l’Orgoglio. Ho ceduto, ho seguito, mi sono lasciato beffare. Sono una vergogna, e sono pericoloso. Se ritornerò – guardate come il mio tono non è più trionfale, e già metto in dubbio la mia stessa sopravvivenza – se un giorno ritornerò a voi so che vorrete ripudiarmi, e lo accetterò con umiltà, perché questa notte ho infangato la vostra reputazione in quanto mio maestro.

Ma non devo nascondere nulla. I marinai, eccitati, hanno iniziato a spogliarsi, e mentre ancora io trafficavo con le vesti già sentivo i primi plonfi di chi si buttava in acqua, ridendo, gridando. La ciurma si è trasformata in un branco di bambini al fiume, con la calura d’estate. E io con loro. Non mi sarei fermato, lo so, mi sarei buttato lungo il fianco della nave, piedi in avanti, senza volontà, senza pensieri, solo un corpo comandato dall’istinto. E forse sarebbe stato anche meglio così.

Erano già in acqua in quattro quando abbiamo sentito il primo grido. Un grido umano, tremendamente umano: il primo dei marinai a venire ferito. Quel suono, quella voce ci ha terrorizzati, epperò ha avuto anche l’effetto di svegliarci, una secchiata d’acqua che ha spezzato l’incanto. Poi, la confusione. Grida, ora sì, e allarmi, e un agitarsi caotico di lanterne, carrucole, archi. Chi voleva scendere a mare, chi si ritraeva spaventato, mentre le grida giù in acqua si moltiplicavano, sempre più disperate, sempre più liquide. La luna, squarciando finalmente il velo, ci ha mostrato il sangue. Il silenzio ci ha detto che qualunque orrore si stesse consumando era finito, repentino. Niente più corpi seducenti, niente più marinai. Quattro vite perdute.

Sul ponte ormai affollato s’è riversata tutta la ciurma, compresi il capitano Tirso e il suo secondo, Moliabre, a sbraitare ordini, a bestemmiare, a prepararsi troppo tardi per una lotta ormai finita. E poi c’era Maestro Filippo, lui sì fermo, lucido, orgoglioso. In piedi sul cassero, come un rettile, scrutava l’oscurità, il mare, l’isola. Non mi ha degnato di uno sguardo.

Domani procederemo con la ricerca dei corpi e, nel caso non venissero trovati, verrà celebrato un funerale in assenza. Ecco ciò che faremo domani: il più crudele degli sbarchi. Alla malora quest’isola.

Indegno servo vostro,

L.

PS: nel panico e nello sconforto che ancora mi schiacciano ho dimenticato di aggiungere una nota pratica, organizzativa, un po’ puerile. Mi sento in imbarazzo a porre l’attenzione su di essa, ma ho bisogno di un qualche ordine, per quanto minuscolo. È poca cosa: ho iniziato a marcare le lettere che vi scrivo con il numero di giorni trascorsi dal nostro arrivo. Le due missive precedenti sono ormai sigillate, quindi inizio con questa. La trovate all’inizio, in protocollo. Giorno 1. Oggi – prima di questa notte cattiva – abbiamo gettato l’ancora dinanzi a Malu Malu.

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