La cottura dell’homunculus

Storiella inviata al concorso “La venticinquesima ora”, organizzato dalla scuola di scrittura Belleville. La storia andava scritta in venticinque ore, e la traccia quest’anno era: «Scrivete un racconto [di 3500 caratteri] che duri quanto questo premio: dalle 23:00 di un sabato alla mezzanotte di una domenica». Spoiler alert: non ho vinto, ma tant’è. Già che c’ero l’ho un filo limato, che almeno qui non ho il vincolo sui caratteri.

Ringrazio DottorNomade e gionadiporto per consigli e pungolature.


Sabato, h. 23.00, primo turno
Tommaso posa l’ultimo scatolone nella cucina invasa di barattoli, erbe, tagli di carne, alambicchi. Guarda l’alchimista, che sta controllando l’inventario sul cellulare.
“Direi che abbiamo tutto. Io inizio, tu va a dormire.” Tommaso gli risponde piccato: “No. Voglio restare, voglio assistere.”
L’alchimista si acciglia. “Vuoi che questa cosa funzioni?” Tommaso annuisce, ma si tiene l’espressione di sfida. L’altro non ne sembra turbato: “Creare un homunculus è una cosa lunga. Preparare i componenti. Estrarre le quintessenze. Cuocere. Ora, se ti hanno mandato qui dall’accademia vuol dire che sei bravo. O che tuo padre è molto ricco. Non mi interessa. Anzi, meglio se sei un figlio di papà: gli studenti bravi si credono stocazzo ma non sanno niente. Ventiquattro ore di lavoro divise su tre turni da otto. Ora io inizio il primo. Tra otto ore, alle sette del mattino, ti sveglio e tu fai il secondo, da solo. Poi, alle tre del pomeriggio, mi svegli tu e facciamo l’ultimo assieme. Queste le condizioni. Oppure” mette in tasca il cellulare “non se ne fa niente. Dimmi tu.”

Domenica, h. 1.00
L’alchimista controlla che Tommaso sia in effetti in camera, poi torna in cucina. Il preparato porpora sobbolle quieto nella pentola. Rilegge la ricetta sul cellulare, guarda il prossimo ingrediente. Sospira, infelice. Poi si cala i pantaloni e inizia a masturbarsi.

h. 3.00
Il composto coagula, ma è presto. L’alchimista aggiunge acqua e miele.

h. 5.00
L’alchimista ha sonno, si fa un caffè. Ancora due ore. Inizia a preparare il ricettacolo.

h. 7.00, secondo turno
“Ha un odore terribile.”
“Abituati, nessun prodotto dell’Arte profuma.”
“Mi riferivo a lei. Le consiglio una doccia prima di dormire.”

L’alchimista squadra Tommaso, pensa che in fondo il ragazzo ha fatto una battuta innocente, forse una piccola vendetta per non avergli fatto assistere alle prime fasi. L’alchimista gli molla comunque un manrovescio. Tommaso, sorpreso, barcolla indietro. L’alchimista prosegue in tono neutro.
“Dai tempi di Paracelso la tecnica è molto migliorata. Comunque dobbiamo ancora usare questo” sbatte sulla tavola un tubo di carne, rosa, allungato, che termina in una biforcazione. “Sai cos’è?”
Tommaso annuisce, ancora rintronato dall’assalto: “Utero di cavalla.”
“Adesso tu lo tieni aperto e io verso. Stai attento che è bollente e non vorrei bruciarti.”

h. 9.00
Tommaso rimesta la grande pentola. L’utero, cucito alle estremità, si muove come un serpente nel liquido dorato. Sta diventando più chiaro.

h. 11.00
Tommaso si annoia. Le uniche indicazioni sono: mescola piano, rabbocca l’acqua che si consuma, se succede qualcosa chiama. Si tocca il labbro dove l’alchimista l’ha colpito. È gonfio. In bocca ha il sapore del sangue. Preso da un moto di rabbia sputa nella pentola. La saliva, rosa, galleggia per un istante e poi si amalgama.

h. 13.00
Il ricettacolo è diventato pesante, rigido. Si affloscia sul fondo della pentola.

h. 15.00, terzo turno
“Non mi piace. È troppo avanti. Sicuro che non hai fatto niente?”
“Sicuro.”
“Non hai aggiunto degli ingredienti?”
“Non sono un idiota.”
“Rispondi.”
“Non ho aggiunto nessun ingrediente.”

h. 19.00
L’alchimista lavora concentrato. La tavola è invasa da ricettari, ingredienti, vetreria. Tommaso aiuta in silenzio, come può.

h. 21.00
Rovesciano con cautela il ricettacolo in uno scolapasta.

h. 23.00
Il rigonfiamento ha un sussulto.

h. 24.00
“Adesso lo apro. Qualunque cosa troviamo, te la porti via. Se sopravvive riconoscerà me come suo creatore, dovrete addestrarlo.”
L’alchimista taglia. Tommaso arretra, sbiancato. L’essere, insanguinato, ha un sovrannumero di occhi, dita, arti. Boccheggia. È vivo. Gli somiglia. Gridano.

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