30 giorni di meditazione

Ho meditato tutti giorni per 30 giorni – tranne uno dove ho bucato, ma il giorno dopo ho recuperato doppio. È stata un’esperienza così positiva che rompo la regola del blog e vi racconto questa cosa anche se sono fatti miei e non c’entra con le storie.

Una bella immagine sgranata rappresenta degnamente i miei progressi

Perché?

L’idea è che se fai qualcosa per un mese magari ti abitui e poi continui a farla sempre. Tipo se tutti i giorni ti pianti un chiodo arrugginito in una coscia poi vai avanti senza pensarci, in automatico.
Meditare è come andare in palestra, ma per la mente. In passato mi aveva fatto bene, ma l’avevo sempre fatto in maniera discontinua. Quindi mi sono detto: proviamo.

Quanto?

Diciassette minuti: due di rilassamento e quindici intensi.

Quando?

Durante la settimana il momento della giornata migliore per meditare è stato il pomeriggio: rientrato dal lavoro, prima di cena, dopo una doccia, mi mettevo lì a fare il trasceso e andava tutto bene. Quando mi sono fatto prendere dalla pigrizia e ho aspettato dopo cena poi è sempre stata durissima: sonno e digestione remano contro.
Nel weekend meditavo a metà mattina, con la casa inondata dalla luce estiva e quel bel senso di pigrizia che solo il sabato sa regalare.

Come?

Mi sedevo in una posizione comoda – non sono capace di fare il loto, e incrociando le gambe mi riempio di formicolii. Quindi: seduto, schiena dritta, corpo rilassato. Ho usato un misto di tre tecniche, di cui ho un’infarinatura.

Tecnica 1: mindfulness
Questo è l’approccio più moderno, laico, occidentale. Bisogna centrare l’attenzione sul proprio corpo, sulla sensazione del respiro, sulla rilassatezza delle membra. L’obiettivo non è non pensare, ma restare presenti a se stessi il più possibile. Ma non basta meditare: nel resto della giornata bisogna cercare di rimanere in questo stato di consapevolezza: prestare attenzione sia agli stimoli sensoriali che a quelli interiori, e ricondurre con gentilezza l’attenzione sul presente e contingente (il famoso qui e ora). La mindfulness mi ha portato ad essere consapevole che una fetta grossa del mio stress viene dall’avere troppi pensieri tutti assieme. Il mio cervello ha troppi programmi aperti, in pratica. Ma non sono computer, non sono fatto per eseguire i task in parallelo. Ogni briciola di energia spesa per sforzarmi a serializzare – cioè a fare le cose una per volta, in serie, invece di preoccuparmi e cercare di fare tutto assieme – è stato ben speso.

Tecnica 2: zazen
Ho un minimo di training sullo zazen, che è una tecnica di meditazione mutuata dal buddismo zen. A differenza della mindfulness, con lo zazen l’obiettivo è proprio quello di smettere di pensare. È una meditazione più “profonda”, o almeno così mi è sempre sembrata, e mi sono trovato a scivolare dalla mindfulness allo zazen circa a metà del mio percorso. È anche più dura: servono più energie, e può non riuscire (mentre la mindfulness grossomodo riesce sempre). Però quando lo zazen funziona alla fine della meditazione sono fatto, come drogato: per almeno mezz’ora poi parlo lentissimo, pacatissimo, e mi muovo con grande dolcezza per la stanza, un sorriso inebetito stampato in faccia.

Tecnica tre: meditazione sui chakra
Dunque, questa va affrontata con un attimo di cautela. I chakra sono presenti in varie tradizioni religiose induiste e buddiste e io ne ho un’infarinatura davvero, davvero vaga, quindi preferisco non lanciarmi in spiegoni che finirebbero per essere dei copincolla da wikipedia. I miei lettori sono grandi e vaccinati, possono fare da soli. Dico solo il minimo indispensabile: i chakra sono sette centri di energia che vanno dall’osso sacro, su su per la spina dorsale, fino all’ultimo chakra (la corona) che sta sopra il cucuzzolo della testa. Cioè, proprio fuori dal corpo. È un mio punto di energia, e sta fuori dal mio corpo. Sembra un po’ una cazzata.
Eppure portare l’attenzione su quei punti lì, in sequenza, mi ha dato degli effetti fisici troppo forti per essere solo autosuggestione. Anche perché io a questa cosa non voglio credere. Eppure.
In particolare quando è il turno di Anahata, il chakra del cuore, sento proprio che mi scivolano via le preoccupazioni, lo stress evapora, e mi si appiccicano addosso gli attributi del chakra stesso: “unhurt, unstruck, and unbeaten”. Non ci credo ma funziona. Cosa ne posso concludere? Niente, perché la mia esperienza è aneddotica. Però.

E quindi?

Meditare è una figata e lo consiglio a tutti. C’è una crescente quantità di studi scientifici che indicano che faccia bene a: stress, depressione, sistema immunitario, pressione sanguigna, qualità del sonno, dolori cronici. Cioè, mica cotiche.

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