Lettere da Malu Malu #11: uno dei nostri

GIORNO 15

Luminosissimo maestro,

torno a scrivervi subito, e con il cuore pesante. La piccola gioia dopo il successo di ieri è stata subito spazzata da un fatto grave e sorprendente avvenuto nella notte. Come ricorderete l’incendio appiccato aveva potuto espandersi e fare il suo corso per alcune ore, per poi venire d’improvviso placato dalla pioggia caduta al tramonto, quando il calare del sole aveva addensato l’umidità dell’aria.

Tra la ciurma si erano sparse molte emozioni, e contrastanti. Certamente il fuoco aveva aperto la via e reso accessibile il centro dell’isola. Anzi, l’arrivo delle piogge era stato visto come un fatto positivo, giacché aveva impedito alle fiamme di portare più distruzione di quanto fosse necessaria. I marinai, schiatta onesta ma superstiziosa, già immaginavano che le piogge fossero state causate da me, o da maestro Filippo, per contenere l’incendio. Voi sapete meglio di me quanto fosse sciocca questa idea, ma purtroppo ogni mia spiegazione risultò sospetta e non fece che cementare le convinzioni della ciurma. Più mi affannavo a cercare di convincerli che non fosse possibile a un praticante dell’Arte produrre di tali prodigi più si rassodava in loro l’idea che, nel segreto della mia tenda, avessi operato chissà che rituale. “Ma quali rituali! Dormivo della grossa!” ho ripetuto non so quante volte. Lo sapete, lo spirito dei serpenti mi aveva stremato, per guarirmi aveva assottigliato le poche riserve di grasso del mio corpo, tanto che quasi i pantaloni mi cadevano, e dopo il pasto consumato con foga mi aveva avvolto un’immane stanchezza. Ma loro insistevano, in ragione del fatto che dopo un evento del genere chiunque sarebbe stato preda dell’emozione e impossibilitato al riposo. Dopo qualche tentativo fallimentare ho ritenuto la battaglia persa. Tant’è. Altre questioni ora mi occupano.

La serata di ieri si è svolta con grande serenità. C’era eccitazione tra la ciurma, giacché se il fuoco aveva compiuto il suo dovere l’indomani sarebbe stato possibile addentrarsi nell’isola. Festeggiammo il superamento di questa ennesima difficoltà, e io rammentai di avere nella cuccetta quella famosa botticella di acquavite che mi avevano donato a corte il giorno della partenza, tra qualche imbarazzo. Sono certo che ricorderete l’evento.

Ebbene, mi parve l’occasione opportuna di aprirla e condividerne il contenuto con i marinai. Essi accettarono la sorpresa di buon grado, giacché il capitano Tirso è molto parco nel distribuire le bevande alcoliche. Ci fu un qualche mormorio sospettoso quando si venne a scoprire che io non avrei compartecipato ai brindisi, ma in questo venne in mio aiuto il buon Mercionnio, con cui avevo già avuto occasione di parlare dei vincoli che il Canone ci impone. Insomma, quando fu chiaro che il mio era un atto di generosità e non nascondeva trame maliziose l’umore si sollevò di molto.

Ho accennato che la botticella era ancora a bordo della Timorazza. Feci quindi una rapida uscita, usando una lanterna per segnalare alla nave che mandassero la scialuppa. Moliabre, non perse occasione per starmi addosso e pavoneggiarsi con la truppa, tanto che volle essere lui ad accompagnarmi a bordo. Per quanto mi riguarda gli prestai poca attenzione, giacché ero concentrato sul rapporto che avrei fatto a maestro Filippo. Speravo di confrontarmi con lui, seppur brevemente, e riportargli gli eventi, ma quando bussai alla sua cuccetta egli non aprì nemmeno la porta e mi gridò in malo modo di andarmene. Dalla voce traspariva uno stato emotivo turbato, quasi furioso. Non mi è chiaro, a questo punto, quale oscura logica egli segua, e non posso che affidarmi al suo titolo di maestro dell’Arte. Il Canone impone di aver fiducia nei superiori, e così farò.

Avrei anche voluto restituirgli l’uovo spirituale, ma mi è stato impossibile. Dopo aver ponderato la faccenda ho deciso di lasciarlo nella mia cuccetta, chiuso nel suo involto e nascosto nel serbatoio di una lanterna a olio. È stata una scelta sofferta, giacché non sono sereno a lasciare incustodito un bene così prezioso, ma ho realizzato un fatto: se avessi tenuto l’uovo con me sarei stato tentato di usarlo. Tale è l’esaltazione del Comandare che avrei cercato e trovato una scusa per attirare di nuovo lo spirito. Presi ancora coraggio e gridai a maestro Tirso, attraverso la porta, che l’uovo era nella mia cuccetta, e di riprenderselo. Mi parve che egli grugnì una qualche risposta affermativa, sebbene le esatte parole mi siano sfuggite.

Tornammo quindi alla scialuppa, io certamente cupo per lo scambio con maestro Filippo, Moliabre col suo solito ghigno sornione, e in pochi colpi di remo fummo nuovamente sulla terraferma. Venimmo accolti con grande gioia. Gli uomini erano eccitati dall’avventura imminente e dal desiderio di bere e finalmente passare una serata di svago. Non posso biasimarli, e ammetto di aver desiderato di poter brindare con loro. La botticella venne sturata e il contenuto si rivelò tanto forte da dover di essere diluito, giacché allo stato naturale trasformava le gole in crudeli fornaci. In poco tempo più di un marinaio dette segno di ubriachezza.

La serata proseguì tra canti, risate, e gran libagioni di pesce, e quando sorse la luna il campo era ormai disseminato di marinai stravaccati, chi tra le coperte, chi direttamente sulle rocce. Lo stesso Moliabre pareva essersi rilassato un poco, sebbene non avesse esagerato quanto altri membri della ciurma. Quando finalmente mi ritirai nella mia tenda dovevo essere l’unico uomo sobrio sull’istmo.

Fu nella notte che successe l’evento nefasto. Fui svegliato da un gran boato, e con me quei marinai che avevano mostrato minor gusto per l’eccesso. Ci levammo dai nostri giacigli per scoprire uno scenario illuminato da tre luci. In primis c’era la luna, bianca e fredda, quasi al tramonto sulla cresta dell’isola, che tutto abbracciava come una madre priva d’affetto. V’erano poi le braci dei fuochi accesi, che ancora baluginavano timidi e testimoniavano i bagordi passati. E infine c’era la scialuppa.

La barchetta era in mare, a forse a venti braccia dalla costa. Sventrata, ondeggiava ignara del fuoco che se la stava divorando. Attorno ad essa, sparse come semi, galleggiavano molte braci ardenti, ciocchi del suo stesso legno che erano stati scagliati dall’esplosione che ci aveva svegliati. La luce dei fuochi illuminava un nuotatore, di cui solo la testa spuntava dal pelo dell’acqua, vicinissima alle fiamme. Pensai che i nativi fossero tornati ad attaccare, non paghi dello scempio inferto dieci giorni fa, ma fu subito chiaro che mi sbagliavo. Il nuotatore galleggiava, sì, ma senza quella grazia innaturale che ben conoscevamo. Egli era uno dei nostri, senza dubbio.

Ci avvicinammo a nuoto e con cautela, mentre anche sulla Timorazza già si accendevano le prime lanterne, e scoprimmo che si trattava di Curcumello, uno dei quattro avvelenati dalle liane. Egli si trovava in uno stato come di catalessi, e nell’acqua muoveva le braccia per istinto come fanno i cani e i neonati, senza apparente direzione o raziocinio. Lo riportammo a riva a forza di braccia, e ogni tentativo di dialogo fallì. Egli guardava i suoi compagni con occhi stralunati, come sotto l’effetto dell’oppio.

La notte proseguì nervosa. Svegliammo tutti quei marinai che non erano troppo ubriachi per reggersi in piedi e preparammo dei turni di guardia. Dalla Timorazza si sbracciavano, e continuavano a segnalare con la lanterna di mandare la scialuppa. Noi gridammo molte volte, fino a quando un refolo di vento fortunato forse portò la nostra voce alla caravella. O forse il capitano Tirso, che ben mi immaginavo mentre bestemmiava per essere stato svegliato, doveva essersi trascinato sul ponte e lì, col suo cannocchiale, aver scrutato l’acqua, che ormai cullava solo qualche moncone del legno della scialuppa. Quale che fosse il motivo, dalla Timorazza smisero di segnalare, e la notte passò.

Con le luci dell’alba verificammo il danno subito. Curcumello doveva aver fatto saltare tutta la polvere dell’accampamento, ovvero circa un terzo del totale delle riserve della spedizione, e quella che non aveva bruciato era finita sparsa in mare. La nostra bombarda ora giaceva sul suo piccolo promontorio, disarmata. Curcumello col passare della notte si era sempre più spento, e l’aurora lo incontrò che ronfava della grossa.

E qui siamo giunti. Già alcuni marinai si preparano per tornare a nuoto alla Timorazza. Altri parlano di costruire una zattera coi legni di scorta a bordo della caravella e con qualcosa che sicuramente potremo trovare sull’isola. Davanti a questi compiti triviali se ne presenta poi un’altro, di ben più grave moralità. Andrà istituito un processo, perché i fatti della notte sono gravi. Temo le conseguenze di una giustizia somministrata da questi animi infiammati. Come ho fatto finora, annoterò ogni evento nel dettaglio affinché nulla vada perduto.

Servo vostro,

L.

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