Il custode dell’eremita #4: la torre

A questo punto mi dico: Raffaele, non ti perdere d’animo. Sei un Lorpio, devi tenere da conto il buon nome della famiglia e non dare altri pensieri a tuo padre. Pensaci, a tuo padre, e tua madre, e alla tua casa, e, e, e insomma mi sono messo a piangere. Che lo so che non è una roba da uomini, e men che meno da preti, però lo capite anche voi, eccellenza.

Quindi son lì che piango, in mezzo alle casse e ai miei pochi bagagli ammucchiati davanti alla torre diroccata, che sento solo il vento attorno, e mi dico: adesso vien fuori qualcuno. Adesso esce qualcuno dalla torre, l’eremita o qualcun altro, non importa, e mi aiuta. Non è possibile che io sia così, davvero solo, davvero tra i boschi. E qualcosa lo sento, eh. Lo sento lontanissimo, come un grido, una roba inumana. Erano i lupi, adesso lo so. I lupi che lontano – nell’altra valle, o in quella dopo ancora – si chiamavano tra loro. Mi son preso paura e però almeno mi è servito, che mi sono lanciato dentro la torre, senza neanche bussare.

Ve l’ho detto: la torre è crollata, di intero c’è solo il piano basso. E quindi ci metto poco a raccontarvela: è una stanza, anche grossa eh, con il pavimento di mattoni. Cioè, che c’erano i mattoni sul pavimento l’ho scoperto dopo, molto dopo, quando mi sono messo a pulire. Quando sono entrato pensavo che fosse terra battuta, sapete, come i magazzini e i piani bassi delle case della povera gente. Ho pensato così perché c’era dentro tanta di quella terra e polvere da fare spavento, che la porta faceva fatica a chiudersi. La stanza era anche buia, che non c’erano finestre – credo proprio fosse una cosa militare, che al piano terra non le fanno mai, le finestre. E poi era buio perché era tutto nero di fumo. Non c’era un camino vero, badate, c’era solo un cerchio di sassi come quando si fa un falò nell’aia, il cerchio stava vicino alla porta per far uscire il fumo e non fare entrare troppo il gelo, ma il fumo doveva comunque stare, che c’era tutto nero che se passavi un dito sui muri ti si sporcava.

Non vi dico, per rispetto vostro, del tanfo che c’era, ma potete bene immaginare. C’era proprio da soffocare, e odore di stalla e di selvatico. Da un lato della parete c’era un gran mucchio di pelli e pellicce – roba piccola, eh, conigli e scoiattoli, e un bel po’ di piume. Tutto uno sopra l’altro, un mucchio informe e schiacciato, e subito non ho capito ma adesso ve lo posso dire, che era un letto. Una tana, via, come quelle che si fanno i cani e i cinghiali. Vuota, si capisce.

Nella stanza c’era poca altra roba. Un tavolo tarlato, uno sgabello, una cassapanca spaccata – forse dal tempo, forse per fare legna da bruciare. C’era anche un’apertura nel soffitto, che doveva portare al piano di sopra, ma era piena di travi marce e calcinacci, e però si intravedeva un po’ di luce, un po’ di cielo.

E poi basta. Ve l’ho detto, un rudere. C’era anche un po’ di ciarpame in giro, roba mista e informe che non si capiva e che non ho guardato. Giorni dopo ci ho trovato, per dire, la testa di un’accetta, arrugginita e senza manico, e con un po’ di fatica l’ho rimessa in forma e sono andato a fare legna. Ma, appunto, dopo, e non voglio saltare da un giorno all’altro.

Dunque, cos’ho fatto. Mi sono detto: qua non ci vive nessuno. Cioè, qualcuno ci ha vissuto. Ma adesso non c’era nessuno, e magari non c’era stato nessuno per settimane o anni, chi lo sa. Che, in quel momento, mi ha dato speranza. Se non c’era nessuno, se non c’era più l’eremita, potevo tornarmene in paese, e a casa, che il vescovo mi trovasse un’altra punizione, o magari proprio non mi puniva più, pensavo. E quindi sono uscito, di buona lena, e ho portato le mie cose dentro, le ceste con i vestiti e il mangiare, e il bauletto che vi ho detto, con la pistola, e insomma ho fatto un po’ di viaggi. Mi sono preso un po’ della stanza per me, che tanto non c’era nessuno, e volevo stare lontano dalla cuccia con le pelli – che secondo me era piena di pulci – e sono uscito fuori a fare un po’ di legna per la sera. Ve l’ho detto, stava finendo l’inverno, ma non era ancora mica finito, e non volevo battere i denti dal freddo.

Esco, faccio il giro della torre, e vedo che quando i piani sopra sono crollati si sono tirati giù anche un’altra casetta che c’era dietro, che arrivando non l’avevo vista. Forse era una stalla, non so, però ho subito capito dalle erbe e dalle piante che ci crescevano dentro che doveva essere successo tanto tempo fa. Anche sul sopra della torre crescevano delle piante, certi cardi selvatici, ma meno, che non c’è terra lì, si capisce.

Faccio il giro attorno e intanto guardo il bosco, che devo fare legna. Ci ho messo un po’ a notare una roba, eccellenza, che forse se ero più furbo o se ero abituato a stare in campagna lo vedevo prima, ma insomma vedo che ci sono come dei sentierini, tre o quattro. Niente di grosso, non erano strade, ma proprio sentierini, di quelli che vengon fuori a passare e ripassare per lo stesso posto. Senza sapere bene cosa fare ne ho preso uno e ho fatto qualche passo, per vedere se portava da qualche parte. E però il sentiero prosegue, e si capisce che va, va avanti ben bene, e io mi son preso paura, che intanto aveva anche cominciato a cambiare un po’ la luce e non volevo farmi prendere dalla notte.

Torno alla torre, faccio legna lì attorno, rametti, pigne, quello che trovo di caduto. Ho fatto un bel mucchio e poi mi son messo ad accendere, a fare fuoco in casa. Non vi sto a raccontare la fatica, che uno si abitua e magari non ci pensa che il fuoco ce l’abbiamo sempre qua in paese, che c’è sempre da qualche parte un camino acceso o una lampada o qualcosa, che insomma è facile portarlo da un posto all’altro. Ma farlo da niente, eccellenza, farlo da niente il fuoco è proprio un bel guaio. Padre Moffati mi aveva anche insegnato qualche storia degli antichi, che c’era quella del fuoco che lo rubano agli dei pagani, quelli che il nostro Gesù poi è arrivato e li ha tirati giù a calci dal monte dove stavano e li ha mandati a coltivare la terra.

Davvero, eccellenza? Non so dirvelo adesso dove l’ho sentita questa dei calci. Se voi mi dite che non è andata così, per carità, sarà come dite voi, che io mi fido. Proseguo, proseguo, perdonatemi. Dunque, fare il fuoco. Mi son dovuto ingegnare, e pensavo anche di usare la polvere nera che c’era nel bauletto che mi ha dato mio padre, con la pistola e le palle, che quella sicuro un bel fuoco lo fa, però non mi sembrava la cosa giusta, e mi faceva pure un po’ impressione. Che Domenichino, qua in paese, ci ha perso un dito con la polvere nera, e insomma non ero mica tanto sicuro di saperla usare. E però, fruga fruga, tra la mia roba trovo un acciarino, che me lo deve aver messo mia madre, senza che glielo ho chiesto io. Ho trovato l’acciarino e ho promesso che appena rientrato in paese sarei subito andato da lei, da mia mamma, a darle un grosso bacio e dirle grazie. Che glielo ho detto, pensavo di tornare all’indomani. Comunque ho fatto fuoco. Ci ho messo un po’, che di erbetta secca non ne ho trovata, ma dai e dai qualcosa ha preso. Mi si è quasi spento una volta, e la stanza si è subito riempita di fumo, però pensavo che sarei tornato a casa presto, che era un’avventura, e non mi sono troppo intristito.

Intanto è venuto buio, ho mangiato un po’ di carne secca e una mela, e ho bevuto un poco d’acqua dall’otre che avevo, ho detto le preghiere e mi sono fatto un giaciglio, per terra, con le coperte. Tanto era una sola notte, potevo scusare. Il giorno dopo sarei tornato a casa, a dimenticarmi di quel postaccio. Mi sono addormentato quasi subito, e mi son svegliato solo più tardi, a notte fonda, quando è rientrato l’eremita.

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